Sorelle tipografiche

Due anni le separano, ma qualcosa di più sottile le unisce, trasformando la naturale vicinanza tra sorelle in un sodalizio artistico.
Di più, perché l’arte di Maria Pina e Gianna Bentivenga si vincola alla geometria dei caratteri mobili, al mestiere dell’editore anche se racchiuso nelle dimensioni di una stamperia privata che, guardando al numero dei titoli e delle copie prodotte finora, sarebbe più preciso definire privatissima.
Certo, unire le forze è più saggio che disperderle, ma mettere in comune il proprio talento e farlo, lavorando con il tirabozze, le carte e gli inchiostri rende quella vicinanza tre volte più intima, accettata e da alimentare quotidianamente. Non sarebbe un esercizio fatuo, poter misurare il livello di attenzione e di complicità che si manifesta nella produzione di un loro libro, perché già il libro di per sé è il frutto di un segno +, della somma di più competenze e influenze.
In tal senso, il nome prescelto per le loro edizioni: inSigna descrive fin dalla preposizione in, il valore che ambedue ripongono nella costruzione dell’opera, nella sua articolazione interna e, soprattutto, nella centralità del segno sia artistico sia tipografico.
Credo che una delle fascinazioni più potenti esercitate su chi si dedica alla stampa, consista nell’attrito tra la durezza scolpita dei caratteri e la porosità della carta, due superfici che interagiscono grazie al fluido dell’inchiostro. Una battuta, quella della lettera sopra la carta, che incide e colma, penetra e al tempo stesso leviga, come fanno la parola e il timbro della voce in un dialogo reale tra persone.
Il risultato perseguito, visto che si tratta di una comunicazione silenziosa, implementata dalle immagini incise, punta attraverso gli occhi e la mente del lettore a riprodurre le voci impresse dallo stampatore, i suoni impliciti di lettere e segni.
Mi pare proprio che i libri d’arte, nati per simbiosi, dove il punto di equilibro tra testo e illustrazione rappresenta lo scopo supremo, possano (debbano) parlare in modo che mentre li sfogli venga naturale anche accostare l’orecchio e intendere il brusio di fondo.
Per i libri di Maria Pina e Gianna questa “allucinazione” auditiva è frequente e dipende dal loro modo di organizzare e illustrare gli spazi a disposizione nonché dal tipo di segno, diverso ma non troppo, che le caratterizza.

I Sassi come archetipo
E, qui, torna utile dare un’indicazione biografica e geografica.
Le sorelle Bentivenga sono originarie di Stigliano in provincia di Matera, da dove sono partite per frequentare l’Accademia di Belle Arti a Roma.
Difficile, quindi, non fare un riferimento alla città rupestre, al suo svilupparsi come una scultura, scolpita per così dire due volte, dall’interno e all’esterno. Il pieno è un vuoto scavato con attenzione, seguendo i bisogni insediativi, che ricorda la tessitura dei muscoli, l’irradiamento dei nervi e la circolazione sanguigna. Esiste un rapporto dinamico, non solo strutturale, tra dentro e fuori, come tra il positivo e il negativo di un fotogramma.
La differenza tra la maniera di incidere di Maria Pina e di Gianna si sviluppa lungo una faglia espressiva che serpeggia tra la parte esposta al sole e quella sotterranea dei Sassi, tra il corpo e lo scheletro di Matera.
Mentre Maria Pina, la primogenita, spinge la sua punta sotto la superficie, ritrovando la struttura che la sorregge, attraverso un vero e proprio piacere per le sedimentazioni, i diverticoli, l’intreccio e le pause della materia, Gianna mostra un’intenzione più pittorica, un gioco di polso più libero.

Maria Pina
Tuttavia, ambedue, sono profondamente legate a una visione architettonica che struttura e collega piani, mette in evidenza le possibili articolazioni, fino a produrre, comunque, una sensazione di movimento, di millimetrico e costante spostamento in qua, in là, in su e in giù.
gianna2

Metamorfosi
Che siano i paesaggi di Maria Pina o gli insetti di Gianna, qualcosa respira e si adatta, prende una piega e la ricopre, si avvita e ridistende, mutando aspetto. Non credo che sia giusto parlare di evoluzione, ma piuttosto di metamorfosi, in cui tutte le forme sono già presenti e le possibilità di essere questo o quello manifeste e meravigliosamente confuse.
Le due sorelle assistono allo spettacolo e hanno come unica preoccupazione di annotare la meraviglia, tenendo gli occhi spalancati non su l’insolito, l’incredibile, ma sulla complessità, sulla modificazione permanente del dato visivo. Evitano così di cadere nella trappola del mostruoso, facendo però festa con i dettagli, con la solidità dell’ordito e la ricchezza delle trame.
L’Insettario di Gianna Bentivenga è un leporello privo di testo, 20×20 centimetri, realizzato ad acquaforte con interventi al carborundum, dove il coleottero tenta un monologo e si mostra attraverso un’anatomia sentimentale, ricreata dal divagare di segni che si ispessiscono e si assottigliano, quasi a sfidare la presenza dell’esoscheletro, suggerendo dei movimenti e un’esitazione più umani. 5

In Fragili orizzonti, un libro complesso, 18×22 centimetri, fatto di un’unica pagina, piegata a mappa, con ulteriori piegature a T più un origami in carta giapponese e incollato, Maria Pina Bentivenga usa l’acquaforte, ma inserisce anche delle parole guida che appaiono a mano a mano che si sfoglia il libro: passaggi, confini, luoghi, superfici, paesaggi, percorsi.
La fragilità degli orizzonti viene come sottoposta a delle scosse di assestamento così che i paesaggi in crisi partoriscano il prossimo equilibrio.
 2

Sempre di Maria Pina, Buchi rappresenta una sorta di poetica dove l’artista impiega sia l’acquaforte sia la puntasecca, sopra una pagina, ripiegata a mappa, accostando al racconto del milanese Fabio Palombo l’immagine stereoscopica, craterica, di un buco da cui non si diffonde l’oscurità, ma si svela il segreto andamento di un giardino.

particolare Buchi Maria Pina Bentivenga

Nove titoli per la collana Labirinti
Sono state tirate solo dieci copie per ognuno dei nove titoli inSigna della collana Labirinti, realizzata anche in collaborazione con altre artiste: Vide, Le vent, Oxum, Bouleversement, Infinité, Assenze, Traccia, Lacrimae rerum, Animus.
A questi, tutti leporelli con un formato 21×16 centimetri, si aggiungono altre nove edizioni, ma di produzione libera, senza misure predefinite, tre per ciascuna delle due sorelle.
Netta la prevalenza delle immagini, accompagnate o non da testi sempre brevissimi; inSigna stampa in bianco e nero senza però disdegnare il blu e il rosso, quando occorre dare un tocco freddo o caldo alla composizione.
Una tecnica utilizzata di frequente è il carborundum che consiste nello stendere a pennello sulla lastra una vernice collante, mescolata a polvere di carburo di silice.
Stampando sul foglio si ottiene un effetto pittorico, graduando la matericità e la brillantezza dei colori.
Il ricorso al carborundum aggiunge ai libri di Maria Pina e Gianna una vitalità concreta e al tempo stesso straniante. La stamperia si trova a Roma, nel quartiere Ostiense che agli inizi del Novecento aggiunse un volto industriale alla città con la costruzione del porto fluviale, del Gazometro, della Centrale Montemartini e dei Mercati Generali.
L’atelier è anche associazione culturale e organizza corsi e workshop di grafica d’arte, incisione e illustrazione.
Finché non si esaurirà la piccola scorta, inSigna continuerà a utilizzare i fogli 50×70 centimetri di carta Graphia delle Cartiere di Sicilia, considerata molto più adatta a un prodotto manuale, più facile da pulire rispetto ad altri tipi di carta. «Ho cominciato – ricorda Maria Pina, docente di Grafica d’arte alla RUFA, libera accademia di belle arti di Roma – a essere affascinata dalla tipografia già da qualche anno, sempre alla ricerca di caratteri e piccoli torchi per poterli stampare. Tutti coloro che hanno conosciuto il mondo della tipografia, come me, prima o poi, l’hanno trasformata in una specie di amore morboso, desiderando di possedere questi piccoli congegni.
E forse è questo che mi ha portata con Gianna a decidere di aprire una piccola Private Press tutta nostra.
 Il nostro approccio a questo mondo è sicuramente da artisti, quindi la tipografia si associa all’incisione per cercare di fondere il più possibile immagine e testo».
«L’interesse per il Libro d’Artista – conferma Gianna che, per il momento, insegna Grafica pubblicitaria in un liceo piemontese – è nato dal desiderio di far dialogare due mie grandi passioni: quella per la letteratura e quella per il disegno».

3

Atelier inSigna
via Federico Nansen, 102
00154 – Roma
tel. 06.57289110
www.atelierinsigna.com
info@atelierinsigna.com

 

articolo di Nicola Dal Falco, rubrica “Piombi e Rami” della rivista Fuori Asse numero 18, Novembre 2016